Il Dott. Antonio D’Alessio, specializzando in oncologia, è il vincitore della borsa di studio del’European Association for the Study of the Liver

Mondo 鶹ýAV߿ Giugno 22, 2021

Prima ’Erasmus, anzi, due: uno a Valencia e uno a Bruxelles. E ora, da circa due mesi, vive a Londra. Antonio D’Alessio, 29 anni, napoletano​, medicospecializzandoal quarto anno di oncologia presso ’鶹ýAV߿ University ha vinto la borsa messa in palio dalla e che gli consentirà di approfondire i suoi studi sul tumore al fegato al’ di Londra. Un risultato non scontato visto che la società che offre la borsa di studio si occupa di epatologia e ha voluto premiare, quest’anno, non un epatologo in senso stretto ma un oncologo che tratta il cancro del fegato. «È una grande soddisfazione aver vinto, visto che è una borsa molto ambita, che raccoglie sempre molti partecipanti. E poi sono davvero entusiasta di poter studiare un ambito così innovativo come quello del’immunoterapia, per di più in un ambiente come quello del’Imperial College, che è molto stimolante», commenta D’Alessio, che nel college inglese lavora sotto la supervisione del Dottor David James Pinato, oncologo e ricercatore del’ateneo inglese. A instradare D’Alessio è stata la sua professoressa, Lorenza Rimassa direttrice della Scuola di Specializzazione di Oncologia Medica di 鶹ýAV߿ University.

«Il mio – spiega D’Alessio – è un progetto di ricerca traslazionale che si basa su uno studio molto innovativo: ’uso della immunoterapiain fase precocesui pazienti affetti da cancro al fegato e che devono sottoporsi a intervento chirurgico». L’immunoterapia,da strategia consolidata per altri tipi di tumore, è infatti diventata una realtàancheper la cura del cancro al fegato.Grazie al suo meccanismo di azione,che permette di potenziare il sistema immunitario contro le cellule tumorali. Esi sono ottenuti risultati senza precedenti nella lotta al cancro. Purtroppo, però, solo una minoranza di pazienti beneficia di questo trattamento. D’Alessio indagherà proprio questo aspetto: «Analizzeremo i campioni dei pazienti che hanno avviato il percorso immunoterapico e che poi hanno subito ’intervento chirurgico. In questo modo, vedremo direttamentecosa cambianel tessuto tumorale dopol’immunoterapia e cosa è successo a coloro che non hanno risposto. Inoltre, analizzeremo altri campioni biologici di pazienti, come sangue, urina e feci. In particolare, indagheremo se diversi batteri nelle feci, il cosiddetto microbiota, sono associati a una diversa risposta all’immunoterapia».

A differenza della chemioterapiatradizionale, che si basa sul’uso di sostanze «tossiche» che uccidono le cellule, il trattamento immunoterapico serve a stimolare il sistema immunitario che, una volta stimolato, reagisce e combatte il tumore. «Un approccio completamente diverso:nel nostro studiosi fanno due somministrazioni di dueimmunoterapici diversi a distanza di tre settimane ’una dal’altra. In modo tale che il paziente nel’arco di un mese e mezzo viene sottoposto a chirurgia. E ovviamente, dopo ’intervento, si procede con il follow-up per vedere come evolve la situazione.L’obiettivo èdi riuscire così a ridurre le recidive dopo la chirurgia, che purtroppo sono molto frequenti. Capire quali pazienti rispondono all’immunoterapia, e perché, è la sfida crucialenella lotta contro il cancro», racconta D’Alessio.