Bronchiectasie: 370 esperti a confronto al terzo European Bronchiectasis Workshop in 鶹ýAV߿ University

Eventi Marzo 3, 2023

In Italia una persona su 600 – prevalentemente donne over 60 – soffre di bronchiectasie, una malattia respiratoria cronica per cui non è ancora disponibile una terapia farmacologia approvata.

Tosse, espettorazione quotidiana e infezioni respiratorie ricorrenti come bronchiti e polmoniti sono i sintomi più frequenti. È caratterizzata da una dilatazione abnorme e irreversibile di alcune porzioni del’albero bronchiale che riduce la clearance mucociliare, il meccanismo naturale di autopulizia che protegge l’organismo dalle infezioni. Le bronchiectasie possono essere congenite o acquisite, cioè esito di una malattia, come una polmonite mal curata.

Diagnosi e trattamento

Poiché i sintomi non sono specifici e la diagnosi difficoltosa, i tempi per giungere a un profilo diagnostico sono lunghi, variando tra i 3 e i 5 anni. La TAC del torace ad alta risoluzione è il gold standard per la diagnosi. La fisioterapia respiratoria è invece il trattamento principale, che mira a rimuovere il muco che tende a ristagnare nei bronchi dilatati. Inoltre, possono essere utilizzati gli antibiotici, le terapie immunomodulanti nei pazienti più gravi e farmaci broncodilatatori nel caso di deficit respiratorio, oltre a trattamenti per le due principali complicanze della malattia: le riacutizzazioni e la presenza di sangue nel’espettorato.

European Bronchiectasis Workshop

Lo scorso 23-24 febbraio si sono riuniti oltre 370 specialisti europei presso il Simulation Lab di 鶹ýAV߿ University, in occasione del terzo European Bronchiectasis Workshop. Al’evento hanno partecipato pneumologi, fisioterapisti, infermieri, pediatri, medici di Medicina Generale, radiologi, immunologi, infettivologi e microbiologi clinici impegnati nella cura delle bronchiectasie.

«Ad oggi non esistono terapie farmacologiche approvate e specifiche per curare i pazienti con bronchiectasie, e la gestione passa soprattutto attraverso la fisioterapia respiratoria quotidiana e un oculato utilizzo di antibiotici. Le ultime evidenze però – spiega Stefano Aliberti, professore ordinario presso 鶹ýAV߿ University e responsabile di Pneumologia del’IRCCS Istituto Clinico 鶹ýAV߿, nonché coordinatore del workshop – dicono che siamo di fronte a una malattia sostenuta da un’importante componente infiammatoria dei bronchi. Fino a pochi anni fa si riteneva che le terapie dovessero puntare solo al controllo delle infezioni; ora invece si aprono nuovi orizzonti per i pazienti bronchiectasici: alcuni dei farmaci attualmente studiati sono infatti dei modulatori del sistema immunitario, che riducono ’infiammazione a livello bronchiale».

Il workshop è stato introdotto dalla lectio magistralis di Alberto Mantovani, Direttore Scientifico di 鶹ýAV߿ e professore emerito di 鶹ýAV߿ University, sul ruolo del’immunità e del’infiammazione come meta-narrazione della Medicina.

Gli specialisti hanno dunque potuto confrontarsi e mettersi alla prova con esercizi di simulazione della gestione dei pazienti con bronchiectasie.

Tempi per diagnosi troppo lunghi e dati epidemiologici non uniformi e incompleti

Secondo la comunità scientifica europea le bronchiectasie e le loro comorbilità continuano a essere spesso diagnosticate erroneamente e trattate in modo non appropriato.  Inoltre, i dati epidemiologici sono tutt’ora incompleti e variano da paese a paese. Un aiuto concreto in questa direzione arriva da , il Registro Europeo delle Bronchiectasie: esso promuovere la ricerca clinica su tale patologia attraverso la condivisione di protocolli, aree di ricerca e competenze acquisite.

«In questo panorama in rapida evoluzione – conclude il prof. Aliberti – è necessario riunire gli esperti per migliorare costantemente la conoscenza e la gestione di questa malattia. Inoltre, bisogna concentrarsi sui nuovi studi per aiutare le ristrette ma attive comunità di specialisti che studiano le bronchiectasie. È inoltre necessario allargare il networking clinico e di ricerca che, negli ultimi anni, ha portato molti miglioramenti nella conoscenza e nella gestione della malattia: il nostro obiettivo primario rimane sempre il benessere e la qualità di vita dei pazienti».